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martedì 29 marzo 2011

Dino Campana

DINO CAMPANA: Il viaggio e il ritorno
O il tuo corpo! il tuo profumo mi velava gli occhi: io non vedevo il tuo corpo (un dolce e acuto profumo): là nel grande specchio ignudo, nel grande specchio ignudo velato dai fumi di viola, in alto baciato di una stella di luce era il bello, il bello e dolce dono di un dio: e le timide mammelle erano gonfie di luce, e le stelle erano assenti, e non un Dio era nella sera d’amore di viola: ma tu leggera tu sulle mie ginocchia sedevi, cariatide notturna di un incantevole cielo. Il tuo corpo un aereo dono sulle mie ginocchia, e le stelle assenti, e non un Dio nella sera d’amore di viola: ma tu nella sera d’amore di viola: ma tu chinati gli occhi di viola, tu ad un ignoto cielo notturno che avevi rapito una melodia di carezze. Ricordo cara: lievi come l’ali di una colomba tu le tue membra posasti sulle mie nobili membra. Alitarono felici, respirarono la loro bellezza, alitarono a una più chiara luce le mie membra nella tua docile nuvola dai divini riflessi. O non accenderle! non accenderle! Non accenderle: tutto è vano vano è il sogno: tutto è vano tutto è sogno: Amore, primavera del sogno sei sola sei sola che appari nel velo dei fumi di viola. Come una nuvola bianca, come una nuvola bianca presso al mio cuore, o resta o resta o resta! Non attristarti o Sole! Aprimmo la finestra al cielo notturno. Gli uomini come spettri vaganti: vagavano come gli spettri: e la città (le vie le chiese le piazze) si componeva in un sogno cadenzato, come per una melodia invisibile scaturita da quel vagare. Non era dunque il mondo abitato da dolci spettri e nella notte non era il sogno ridesto nelle potenze sue tutte trionfale? Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull’infinito, che tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza? La luna sorgeva nella sua vecchia vestaglia dietro la chiesa bizantina.

sabato 5 marzo 2011

domenica 23 gennaio 2011

A proposito di Tristano

Dialogo di Tristano e di un amico e I'ultima delle Operette morali. In Tristano si da forse la piu esplicita incarnazione del punto di vista dell'autore. Nelle battute pronunciate da Tristano si possono cosl rintracciare gran parte delle idee leopardiane sull'infelicita umana.
Glenn Gould e il protagonista del romanzo Il soccombente dell'austriaco Thomas Bernhard (1931-1989). Il lungo e contorto monologo del pianista fallito Glenn fa pensare a un nuovo Tristano.Qui di seguito trovi alcuni brani estratti dal romanzo.
Ciò che lo affascinava erano gli esseri umani nella loro infelicità, non lo attraevano le persone in , ma la loro infelicità, e l'infelicità la coglieva dovunque ci fossero delle persone, pensai, era avido di persone perchè avido di infelicita. L'uomo è l'infelicita, diceva di continuo, pensai, solo gli imbecilli affermano il contrario. Essere partoriti è un'infelicita, diceva, e fintanto che viviamo ci portiamo appresso questa infelicità, che soltanto la morte può spezzare (p. 74).
In fondo io odio la natura, diceva continuamente. Io questa frase I'avevo fatta mia, me la dico tuttora e, credo, me la diro per sempre, pensai. La natura contro di me, diceva Glenn, intendendo la cosa come la intendo io, che pure questa frase me la dico di continuo, pensai. La nostra esistenza consiste nell'essere e nel lottare perenemente contro la natura, diceva Glenn, lottiamo contro la natura fino a quando rinunciamo a questa lotta perche la natura è   piu forte di noi, noi che per arroganza ci sia­mo trasfonnati in un prodotto artificiale (p. 92).
Il mio più ardente desiderio, così lui, era di star seduto nella cattedrale di Santo Stefano fino al momento in cui fossi caduto a terra morto stecchito. Ma la cosa non mi rius, benchè mi fossi molto concentrato su questo desiderio. Non avevo la possibilità di concentrarmi su questo mio desiderio fino al limite estremo, disse, e i nostri desideri si realizzano solo se su di essi ci concen­triamo fino al limite estremo. Fin dall'infanzia aveva coltivato il desiderio di morire, di togliersi la vita, come si suol dire, però non si era mai concentrato su questo suo desiderio fino al limite estremo. Non era riuscito a rassegnarsi al fatto di essere stato partorito in un mondo che in sostanza e fin dall'inizio lo aveva sempre disgustato in tutto e per tutto. Poi era cresciuto e aveva creduto di poter uccidere in sè questo desiderio, pensava che esso ad un tratto sarebbe svanito, invece questo desiderio era diventato di anno in anno piu intenso, anche se, così lui, l’intensie la concentrazione su questo desiderio non erano giunte al limite estremo. La mia inesauribile curiosità ha impedito il mio suicidio, così lui, pensai. Noi non perdoniamo al padre di averci fatti, alia madre di averci gettato nel mondo e alla sorella di essere la perpetua testimone della nostra infelicità. Esistere, in sostanza, non significa nient'a1tro che questo: essere disperati, colui. Mi alzo, penso con ribrezzo a me stesso e tutto ciò che mi aspetta mi fa orrore. Mi sdraio sul letto, non desidero nient'altro che morire, non svegliarmi più, poi invece mi risveglio e l' orrendo processo si ripete, seguita a ripetersi per cinquant'anni, cosl lui. Pensare che per cinquant'anni non abbiamo nessun altro desiderio se non quello di essere morti, eppure seguitiamo a vivere e non possiamo farci niente perchè siamo incoerenti da cima a fondo, così lui (pp. 56-57).
T. Bernhard,Il soccombente,Adelphi, Milano 1985